Gli antichissimi acquedotti abruzzesi e la siccità estiva in Molise

Gli antichissimi acquedotti abruzzesi e la siccità estiva in Molise
Aveva ragione Federico ll di Svevia a coltivare premurosamente l’amicizia degli Arabi, arguto e lungimirante com’era. Sapeva che dalla dominazione araba c’era tanto da imparare, non solo per quanto concerne la falconeria dalla quale era notoriamente intrigato. L’eccellenza nella tecnica, nella matematica, nella fisica e nell’ingegneria fu una peculiarità che Arabi e Persiani seppero esportare accuratamente in Europa ed Asia, lungo la via della seta. Fra le abilità straordinarie di questi popoli primeggiavano senza dubbio quelle mirabili opere ingegneristiche rimaste pressoché intatte in circa duemila anni: le vie dell’acqua. Si chiamavano “qanat” ed erano complesse reti di canali sotterranei che, sfruttando l’abbondanza delle acque presenti sui rilievi e nelle falde, conducevano i flussi idrici in zone aride, campi e conurbazioni, anche per centinaia di chilometri, sfruttando la sola forza di gravità. Da sempre l’acqua è vita e dove ce n’è tanta c’è sviluppo economico e sociale. Bastava dunque un quanat, un canale inclinato progressivamente scavato con destrezza nel sottosuolo dai “maestri dell’acqua” largo poco meno di un metro e tanti cunicoli perpendicolari ricavati nelle rocce calcaree, ad irrorare abbondantemente dimore, territori, città e paesi come quelli d’Abruzzo e Sicilia. Palermo e due illustri paesi in provincia di Teramo, Atri e Bisenti custodiscono nelle viscere della terra sottostante agglomerati urbani, ambienti e residenze i rutilanti acquedotti di fattura mediorientale, alcuni dei quali ancora funzionanti ed impiegati tutt’oggi come ristorativi ripari dalla calura estiva. Sembra proprio che il suggestivo paese abruzzese di Bisenti sia stato edificato in una ridente valle verdeggiante solo dopo la realizzazione di un quanat che, stando alle testimonianze di alcuni studiosi, conserva ancora l’efficienza di un sistema idrico supplementare tutte le volte che quello principale smette di lavorare attivamente. Secondo alcune ricerche la meravigliosa ed ingegnosa struttura di canali sotterranei preposta all’erogazione dell’acqua sul territorio di Bisenti fu opera di maestri provenienti dal suolo di Palestina fugati dalle incursioni babilonesi. I maestri così esiliati, dopo aver seguito le rotte dei Fenici, si insediarono in terra abruzzese dando libero sfogo alle arti, all’estro e all’ingegno in loro possesso. E’ un vero peccato che di questi maestri, esperti di ingegneria e reti idriche avveniristiche si sia perso ogni tangibile traccia nell’era digitale scandita dai ritmi parossistici di internet, tecnologia estrema e globalizzazione. I maestri dell’acqua avrebbero certamente offerto la propria illustre consulenza al Comune di Monetenero di Bisaccia (Campobasso) per risolvere definitivamente l’annoso problema dell’intermittente siccità estiva che affligge l’ameno territorio di Marina di Montenero di Bisaccia, mortificando e umiliando popolazione e bagnanti costretti ad improbabili ed onerosi approvvigionamenti stentatamente stoccati nel sottosuolo. I Fenici solcavano i mari con imponenti imbarcazioni assemblate in pochi giorni con geniali strutture ad incastro costituite da legno di quercia. Gli Arabi progettavano rivoluzionari canali idrici in grado di condurre acqua abbondante e vitale in aree aride e distanti sino ad innovarne le sorti. La storia, dunque, insegna che lo sviluppo non è certamente figlio della modernità ma, piuttosto, dell’intelletto e del buonsenso di ardite menti del passato che non hanno mai avuto bisogno di crogiolarsi e bivaccare nei dorati accrocchi tecnologici delle odierne civiltà democratiche per costruire dei penosi alibi al libero arbitrio ed ergersi sui loro miserrimi successori.

Caserta, Progetto Morcone: idee di integrazione confuse da sindaco e prefetto

E’ evidente che al prefetto Morcone deve essere sfuggito il significato reale del termine “integrazione”, impropriamente utilizzato in una recente proposta dai contorni assai sdrucciolevoli e opachi, volta a coinvolgere gli immigrati in lavori di manutenzione e pulizia della città. Una proposta supinamente avallata dal sindaco di Caserta  Marino con toni inconcludenti e assai speciosi. Consultando un noto dizionario della lingua italiana (perché è di idioma che si tratta, non di propaganda politica) si legge che la parola “integrazione” riguarda un “processo di completamento realizzato attraverso l’aggiunta di ciò che è mancante”. E’ lecito e doveroso dubitare che il coinvolgimento degli immigrati in lavori di manutenzione della città possa in qualche modo completare un qualsivoglia processo migliorativo o perequativo, tenuto conto che migliaia di cittadini casertani, padri di famiglia, neolaureati, lavoratori licenziati di tutte le età sono stati affamati, privati del proprio lavoro e, quindi, di dignità. Non è possibile, dunque, completare un procedimento di riequilibrio sociale non ancora iniziato di fatto come testimoniano le troppe disuguaglianze strutturali imposte agli italiani da un governo privo di qualunque consenso democratico e troppo premuroso nei confronti di gente che neppure è in grado di identificare. Visto e considerato che la figura del prefetto rappresenta in ambito locale quella di un governo sottoposto alla Costituzione italiana, è doveroso dubitare che la “Proposta Morcone” sia allineata agli articoli 2, 3 e 38 della Carta e, in particolar modo al principio di uguaglianza sostanziale tanto bramato dagli avi di queste istituzioni per foga di riscatto nazionale sin dal 1945. Stando ai dizionari, dunque, è giusto  parlare di “integrazione” di una compagine quando è possibile dotarla di un elemento mancante. Ed è diffuso il sentore dei tanti casertani meno abbienti e più sfortunati che a Caserta manchino proprio opportunità istituzionali come quelle che sindaco e prefetto vogliono offrire agli immigrati, capaci di ossigenare almeno  una volta tanto tasche sempre più logore e sdrucite: le nostre. Se le istituzioni hanno deciso di trasferire emolumenti e prelazioni agli immigrati senza curarsi dei troppi cittadini che continuano a suicidarsi per insolvenza sottaciuti dai media, possono seguitare a farlo senza aggrapparsi infaustamente a fuorvianti interpretazioni personali della lingua italiana e, soprattutto, assumendosi la responsabilità dei gravi dissidi sociali che la loro condotta a dir poco distratta può alimentare in territori difficili se non impossibili come quelli dell’entroterra casertano. Se la smania delle locali istituzioni in ordine all’impiego degli immigrati dovesse crescere oltremodo   e diventare irrefrenabile, i prefetti  di tutte le città d’Italia potranno concordare e coordinare eventuali iniziative di soccorso dirette alle zone del Reatino colpite dal tragico sisma di questi giorni. Scavare a mani nude nelle macerie e rendersi utili alla collettività potrebbe essere un oculato gesto di gratifica, anche per i tanti immigrati che vivono nel condominio di San Nicola La Strada a spese della collettività, capace di onorare l’eccessiva ospitalità del nostro paese. Se Caserta aspira a diventare capitale della cultura, come il sindaco Marino ha dato per scontato, spinto probabilmente da una visione celestiale o dalla calura, deve ricominciare dal dizionario.  

The Dust Brothers, ‘Paul’s Boutique’ and the Legacy of Sampling in Hip-hop

 

The 1980’s were a golden age for crate-diggers. Sampling technology had existed since at least the 1960’s with the Mellotron, but these technologies tended to belimited, heavy, and prohibitively expensive to most. Naturally, with time the technology improved and its costs lowered, ushering in samplers such as the E-Mu SP-1200, which was largely favoured by hip-hop producers, and is credited with ushering in the sample-heavy era of the late 80’s and early 90’s.

At the dawn of the sampling era, E.Z. Mike (Michael Simpson) and King Gizmo (John King) were hosting a weekly hip-hop show called “The Big Beat Showcase” at the Pomona College radio station in southern California, where they would showcase new records from the emerging genre of hip-hop. Once in a while, there would be a public service announcement, and in order to showcase their skills, they would cut mixes of funk, rock, soul and hip-hop to go over the background of these PSA’s. These mixes grabbed the attention of Matt Dike, L.A. Dj and founder of Delicious Vinyl. Dike recruited them for Delicious Vinyl and they began to make music out of his living room together with sound engineer Mario Caldato Jr. They took the name Dust Brothers because someone told them their music sounded “dusty”.

Delicious Vinyl approached music creation the Motown way; they would make music and invite artists to rap over them. Whoever sounded best on the beat got the track. Sometimes the Dust Brothers would get carried away and create extremely dense musical landscapes out of a large number of samples, and it would become impossible for anyone to rhyme over them. These tracks would get earmarked for a possible future Dust Brothers album.

Out of these early sessions emerged Young MC’s Stone Cold Rhymin‘, which went multi-platinum, as well as Tone-Loc’s album Loc-ed After Dark. An early stylistic quirk of the Dust Brothers can be heard on Tone-Loc’s track “Cuttin’ Rhythms”: after a couple braggadocious lines from the titular MC, he informs the listener that his “DJ’s cuttin’ rhythms” and the song segues into a heavily cut-up sample of Paul McCartney’s “Band on the Run”. It was unheard of at the time for a straightforward hip-hop song to sample something so wildly different from the usual realm of jazz, soul and James Brown, and indeed parallels to the Beatles abound when talking about the Dust Brothers’ production style: “I always felt that, from a construction point of view, the way the Beatles made records was so fascinating because they took all these different sounds and things people had never heard before and made timeless music. As a producer, to do the same thing was always my goal.” said Mike Simpson to Kexp 90.3 FM Seattle. These tangents into wildly different spheres of music would come to define the sound of the Dust Brothers for the years to come.

It was chance happening that brought the Beastie Boys and the Dust Brothers together in February of 1988. The Beastie Boys had essentially split up at the time, following their first album “License to Ill”. Although the album had been a massive success, the group was dissatisfied with their projection in the media as frat boy pranksters, exacerbated by their lead single “Fight for Your Right to Party” and its music video, which they insist was meant as a parody of that lifestyle. There were large question marks over whether they would ever be able to replicate that success. On top of that, they were in the middle of a legal dispute over royalties with their record label Def Jam, all of this adding up to a very uncertain future for the band, which, at the time, had no plans for a follow-up record. To pass the time, Adam Horowitz (Ad-Rock) had landed a role in the movie Lost Angels which was filming in Los Angeles, and the other two Beastie Boys, Michael Diamond (Mike D) and Adam Yauch (MCA), would travel down to visit him and potentially meet with some record labels. Having met Matt Dike previously at a show he hosted, in which the Beastie Boys were meant to open for Run-DMC but blew the entire sound system during their set, they were aware of his reputation as someone who knew the ins and outs of the L.A. party scene. There was no party this time, but the two Beasties were invited to Dike’s flat, where he happened to be hanging out with Mike Simpson, John King and Mario Caldato Jr. Dike had heard that the Beasties were looking to leave Def Jam, and therefore convinced the Dust Brothers to play their guests some of the music they had been setting aside. The track that was playing when the Beasties came in was “Full Clout”, which would eventually become “Shake Your Rump”, and it blew their minds so much that Diamond immediately wanted to buy it. That was out of the question, but a collaboration was on the cards and the Dust Brothers assembled a tape of their music to send to the Beasties, who were flying back to New York the next day. Agonizingly for Simpson, who had been accepted to Colombia law school and had to submit a tuition deposit, the response didn’t come for weeks, thus he begun to prepare for a career as a lawyer. But the response did come eventually, and the Dust Brothers were asked to book studio time. They found space at the Record Plant, were Fleetwood Mac’s Rumours was recorded, but Simpson and King had never been in a professional studio previously, and didn’t know how any of it worked. Originally the Beastie Boys had wanted their own sound engineer and to produce the album themselves, but they soon figured out that there was a special chemistry between them and the Delicious Vinyl crew, so they ditched the engineer for Mario Caldato Jr. and began recording in Dike’s living room, with the production of the Dust Brothers. With the early demos in hand, they soon found a label willing to accommodate them and deal with the legal trouble from Def Jam.

Most of the soundscape of Paul’s Boutique had already been assembled by the time the Beastie Boys hooked up with the Delicious Vinyl crew. It was music the Dust Brothers had been assembling for years, from the tracks they played over the PSAs in their radio show to tracks that had been deemed to dense to be rapped over by any of the Delicious Vinyl MCs. They were planning an instrumental album with these track, but the opportunity to work with the Beastie Boys was to good to pass on. They offered to strip the tracks down to the bones, to make them more hip-hop, so the Beasties could rhyme over them with ease. Thankfully, the Beasties refused, and the resulting record is a dense, kaleidoscopic journey through at least 30 years of music history. Armed with a J.L. Cooper PPS-1 sampler and a stack of vinyl records, the Dust Brothers went to work sampling everything from the Car Wash soundtrack to Sly & the Family Stone, the guitar licks on the Beatles “When I’m 64”, Matt Dike ripping from a bong, Zeppelin, Alice Cooper, the Ramones and even the Beastie Boys’ own “Fight for Your Right to Party” as an in-joke. And in the meantime, they still managed to have classic hip hop samples in there: a hefty dose of James Brown, the Incredible Bongo Band, the Jackson 5, Afrika Bambaataa and Kurtis Blow. Over the course of the 53 minute album, anywhere from 100 to 300 songs were sampled, though no one knows the exact amount and most are reluctant to talk about it. The list of samples is so mind-boggling that there exists a whole website dedicated to tracking down all of themFurthermore, Paul’s Boutique was made without a drum machine, which was unheard of in the boom-bap era of the late 1980’s. The truth of the matter is that hip-hop, the most recent development in popular music, had been growing stale at the time, and the Beastie Boys, together with the Dust Brothers, sought to dig deep into music’s past to find a way to bring the genre forward and expand the sources from which hip-hop would be allowed to draw upon in the future. Tim Carr, the A&R man who would recruit the Beasties for Capitol records remarked that, prior to Paul’s Boutique, “all samples were from a small, select set of breakbeats that you fucked with at your own risk.” The available technology certainly helped, but the album’s sound is a reflection on the way it was made: a group of friends, each with an encyclopedic knowledge of music, all hanging out together in a living room, trading ideas.

Although the entirety of Paul’s Boutique’s catalogue of samples is worthy of notice, with its countless references to sounds of the past and the density of it all catching the listener off-guard even after repeated listens, there are certain moments that stand out amongst the rest. The first is “Shake Your Rump”, which is the opening track following the intro “To All the Girls”. The latter starts off extremely quiet, as MCA dedicates the album to all the women in the world. The listener is led to believe that something is wrong with his stereo, compelling him to turn the volume all the way up, and then “Shake Your Rump” kicks in with an ear shattering (in all likelihood, if you forget to turn down the volume) drum-roll. This song is composed of over a dozen samples: a Ronnie Law cover of Stevie Wonder’s “Tell Me Something Good”, “Jazzy Sensation” by Afrika Bambaataa, Sugarhill Gang’s “8th Wonder” and others combine to form a seamless piece of soul music, which segues into a cut up sample of the opening from Rose Royce’s “Six O’clock DJ (Let’s Rock)”, an edited moog bassline which today could be easily confused for a dub-step drop. This is also the song with the infamous sample of Matt Dike ripping from a bong.

“The Sound of Science” is the Beastie Boys’ homage to the Beatles; it samples no less than five songs by the fab four: “The End”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)”, “When I’m Sixty Four” and “Back in the U.S.S.R.”. But the parallels don’t end there. The song’s very structure is reminiscent of “A Day in the Life”: the first part features the Beasties rapping in monotone over a delayed guitar sample from “When I’m 64”. It is deliberately slow before surprising the listener by smoothly transitioning to a second, faster part, similar to how John Lennon’s downbeat tune interacted with Paul McCartney’s more upbeat section. The second part begins with some scratching giving into the drums from “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)” until eventually being joined by the guitar riff from “The End”.

And then there’s the album closer “B-Boy Bouillabaisse”. The song is in reality a 12 minute medley composed of 9 songs all meshed together, similar in structure to Abbey Road’s side B. Including this kind of medley in a hip-hop album seems like a strong artistic intent, but, in reality, it’s more likely that this was merely a way to combine some loose strands together. “If it wasn’t called ‘B-boy Bouillabaisse’, you wouldn’t know this part of the record was any different.” Mike Simpson told music journalist Dan LeRoy for the 33 1/3 book on the album. And in fact, this makes the track a microcosm of the entire album: the style is the same, the only difference being the speed at which one track segues into the next. On the “Stop That Train” section the Beasties wax lyrical about travelling on the subway after a night out, juxtaposing early morning commuters with weary party goers and hookers in spandex. Following the verses, a sample from Scotty’s “Draw Your Brakes” kicks in to end the section, an old-school reggae jam which gives the section its title: “Stop that train/ I want to get on”. The “Hello Brooklyn” section is constructed from an ingenious sample of the intro to Pink Floyd’s “Breathe” from Dark Side of the Moon, essentially a deep, buzzing sound interspersed with some drums. The section ends with MCA bragging about having “Shot a man in Brooklyn…” before having none other than a sampled Johnny Cash finish the sentence: “just to watch him die”. The sample is from the song “Folsom Prison Blues” and the man had originally been shot in Reno. This is an example of the effects a sample can have on the listener, re-contextualizing the chaos of New York in the 1980’s as the new Wild West with just a snippet of a song. To further increase the parallels to the Beatles, the song (and therefore the album) ends where it began, with a reprise of “To all the Girls”, just as Sgt. Pepper’s had ended with a reprise of the title track. This could not have been a coincidence. After all, they sampled that very same track.

All of this should amount to a triumph for everyone involved, but unfortunately this story wasn’t to have a happy ending. The higher-ups at Capitol were disappointed with the album, expecting a sequel to License to Ill, and didn’t bother to promote it. Meanwhile, the Beastie Boys had stubbornly refused to come up with any obvious hits, preferring to maintain a homogeneous sound. The critics responded well, but the album didn’t sell as expected and only made it to #24 on the R&B/Hip-hop charts. The Beastie Boys split with the Delicious Vinyl crew, save for Mario Caldato Jr., who would become a long time collaborator. And to top it all off, two years later singer Gilbert O’Sullivan would sue Warner Bros. and rapper Biz Markie for unauthorized use of O’Sullivan’s song “Alone Again (Naturally). The case, known as Grand Upright Music, Ltd v. Warner Bros. Records Inc., would rule in favour of O’Sullivan, creating a precedent which drastically changed the sound of hip-hop music. From then on, each and every sample would have to be cleared, and the use of more than one or two samples on any individual track became prohibitively expensive to most. The decline of the music industry in recent years has made sampling more expensive than ever, as it is seen as a secondary source of revenue for record labels. While the Beasties had paid $250,000 for sample clearances on Paul’s Boutique, lawyer Kembrew Mcleod estimates that it would have cost them $20 million today. The art form adapted, and embraced interpolation (the act of playing the sample manually and merely paying the songwriter rather than the artist or label), samples from artists who are amenable to the practice, or snippets of sound so obscure that no one would ever bother to sue. “One of the cool things about Paul’s Boutique, I think, is all the little references.” Said Mike Simpson. “I don’t think you could ever do that again. And it’s too bad because there should be a loophole in copyright law that let’s you reference stuff. Because at the end of the day, nobody’s buying Paul’s Boutique to hear that Johnny Cash sample. It’s not taking money out of Johnny Cash’s pocket. It’s kind of sad.” But things were never the same and, undeniably, Grand Upright Music, Ltd v. Warner Bros. Records Inc. put the final nail in the coffin on this era of hip-hop.

When the dust had settled, Paul’s Boutique would finally receive the success that it deserved, selling 2 million copies by 1999. This was possible thanks to the Beastie Boys’ continued success and endorsement from such greats as the late Miles Davis, who supposedly never got tired of listening to the album, and Chuck D, who claimed it was a dirty secret in hip-hop circles that Paul’s Boutique had the best beats at the time. The Dust Brothers would go on to work with Beck on his 1996 album Odelay, crafting another masterpiece in the process. Beck, like the Beastie Boys’ before Paul’s Boutique, was seen as a bit of a novelty and a one-hit wonder. Originally a folk musician, he burst onto the scene in 1994 with the folk hip-hop single “Loser”. Suddenly finding himself under pressure to capitalise on the hype from his first hit single, Beck originally planned to record an album of sombre folk songs, but scrapped that idea and turned to the Dust Brothers to produce a more upbeat album. Odelay merges rock and folk sounds into a hip-hop structure, and while the album is still sample-heavy relative to most, the list pales in comparison to Paul’s Boutique. But the Dust Brothers had the fortune to be working with a real musician this time. Beck could play all kinds of instrument, so in most cases they interpolated the sounds they wished to use. This time, the album was an immediate success, appearing on many year end’s lists in 1996 and reached #16 on the Billboard 200.

Odelay is seen as the spiritual successor to Paul’s Boutique, and in many ways it is. After all, it is a brilliant album by the same producers, by an artist at a similar point in his career as the Beasties were in ’89, and it has a similar sound and texture to it. But from a crate digging perspective, it doesn’t hold a candle. The real legacy of Paul’s Boutique belongs to two other albums, the first of which was released just a few months after Odelay. Dj Shadow’s Entroducing… sounds nothing like Paul’s Boutique, being a dark and atmospheric instrumental record, with samples from Nirvana, Metallica and Giorgio Moroder, but the philosophy of creating a new sound from innumerable snippets of existing sound remains the same. The Avalanches’ 2000 album Since I Left You is in the same category; whereas Paul’s Boutique borrowed from the Beatles, Since I Left You similarly borrowed from the Beach Boys’ psychedelic aesthetic, sampling from 60’s dream-pop and classic disco records as well as Madonna, Raekwon and Parisian hip-hop group Saian Supa Crew. It’s telling that the albums that were to pick up Paul’s Boutique‘s legacy took so long to come. It seems like the world wasn’t ready for this kind of collage of sound yet, but by the time these albums came out, respectively 7 and 11 years after the fact, it certainly was, as both albums were critical and commercial successes. Sampling still esxists today, but collages of sound such as Paul’s Boutique are unlikely to see the light of day ever again. It’s telling that, in July of this year, when the Avalanches released their long awaited follow-up to Since I Left You, the long list of samples was substituted with a long list of featuring artists instead (although Wildflower, the album in question, is still a sample-heavy album relative to most). In the post-Grand Upright Music, Ltd v. Warner Bros. Records Inc. world, the sound of sampling is alive and well, but it’s achieved through legal loopholes, interpolation, featuring artists and a lot of cash, not through the sheer creativity that comes when one is able to play around with any bit of music. No commercial artist will ever have the freedom the Dust Brothers had to sample whatever they pleased, and that is what makes Paul Boutique such a timeless piece of music: created as soon as the technology was good enough, but before the copyright laws caught up.

Bibliography

Sound on Sound interview with the Dust Brothers

Kexp 90.3 FM Seattle article on Paul’s Boutique and interview with Dust Brother Mike Simpson

Wondering Sound’s Dan LeRoy’s article on Paul’s Boutique and it’s legacy as well as his book on the album from the 33 1/3 series (highly reccomended read for more information on the album)

Image credit: Yahoo, XXL Magazine, Wondering Sound

Cos’è il bail-in? Hello bank! lancia l’infografica dedicata

Tutti i consigli per risparmiare in modo sicuro

A cinque mesi dall’introduzione della nuova normativa europea sulle crisi bancarie (Bank Recovery and Resolution Directive – BRRD), l’entrata in vigore del bail-in continua a suscitare non solo confusione fra correntisti, azionisti e obbligazionisti, ma anche polemiche da parte delle forze politiche del nostro Paese.

In un contesto di crescente preoccupazione intorno alla legittimità e alla flessibilità del meccanismo che prevede il ricorso alle risorse interne della banca per arginare i costi di un’eventuale crisi e salvare l’istituto dal fallimento, Hello bank! dedica una sezione del proprio sito alle novità introdotte dal BRRD e diffonde un’infografica che illustra in maniera semplice ed efficace il funzionamento e gli attori della nuova direttiva europea.

Secondo quanto illustrato nell’infografica della banca digitale del Gruppo BNP Paribas, a partire dal 1° gennaio 2016 per tutelare i contribuenti è stato introdotto a livello europeo il cosiddetto bail-in (letteralmente, salvataggio interno), per cui in caso di crisi a ricostruire il capitale sarebbero prima gli azionisti della banca, poi i possessori di titoli subordinati, obbligazioni e depositi oltre i 100mila euro.

Per dissolvere dubbi e perplessità dei clienti intorno al provvedimento di cui più volte negli ultimi mesi è stata richiesta la modifica e addirittura la sospensione, Hello bank! ha lanciato un’infografica dedicata. Secondo la normativa, gli strumenti che non saranno in alcun modo coinvolti nelle procedure per il salvataggio interno delle banche sono:
i depositi fino a 100.000 euro, perché tutelati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e dal Fondo di Garanzia dei depositanti del Credito Cooperativo;
le obbligazioni garantite, come i covered bond;
i titoli depositati in un conto titoli (tranne nel caso in cui i titoli siano stati emessi dalla banca coinvolta nel bail-in);
le disponibilità dei clienti in custodia presso la banca, come il contenuto delle cassette di sicurezza;
i debiti della banca verso i propri dipendenti, fornitori, fisco ed enti previdenziali.

Alla luce della nuova normativa europea sulle crisi bancarie, la scelta della banca cui affidare i propri risparmi diventa dunque ancora più importante e accurata. 
Ecco perché, nella valutazione dell’istituto di credito cui affidare i propri risparmi, la banca digitale del Gruppo BNP Paribas suggerisce di tenere in considerazione i seguenti parametri fondamentali:
il rapporto patrimoniale CET 1, indice di una gestione del rischio efficace. Più è alto, più la banca è solida;
il rating delle agenzie internazionali sulla solvibilità di una società che emette obbligazioni;
il valore dei CDS (Credit Default Swap, una forma di assicurazione sui titoli obbligazionari), che misurano la percezione dei mercati sul potenziale rischio di default di una banca.
Per ulteriori approfondimenti sul bail-in e la gestione di una crisi bancaria è possibile consultare anche la guida realizzata dalla Banca d’Italia raggiungibile a questo link.

Progresso, seduzione e annichilimento dell’uomo moderno

Da oltre due millenni un vecchio saggio greco dal carattere bizzarro e stravagante cerca affannosamente  senza esito le qualità naturali dell’uomo, avvalendosi di una lanterna e della compagnia di un cane fedele. E’ Diogene di Sinope, un eclettico saggio che disprezzava con le urine la vanagloria dell’uomo e la sua penosa arroganza, oggi più che mai enfatizzata da deliri di onnipotenza e vaneggiamenti di progredita civiltà. Aveva senz’altro ragione Diogene ad “abbaiare” a quanti non riescono a donare nulla nel corso della propria esistenza perché i superficiali, gli ignavi e i presuntuosi hanno ben poco da tramandare e ancor meno da offrire. Sarebbe davvero chiedere troppo domandare all’uomo moderno di ergersi al di sopra dei suoi effimeri abbagli tecnologici e riappropriarsi delle proprie virtù, visto e considerato che albagia e ostentazione sono le più ricorrenti e banali seduzioni dell’ignoranza. Un’ignoranza disconosciuta da antichi popoli come i Fenici che costruivano poderose navi mercantili lunghe oltre 35 metri in meno di 11 giorni. Essi, avvalendosi soltanto di  tecnica ed ingegno riuscivano ad assemblare gli scafi delle proprie imbarcazioni, note peraltro in tutto il Mediterraneo per imponenza, impiegando sezioni di legno di quercia e di cedro sapientemente ed opportunamente incastrate fra loro. Ai Fenici non servivano certo tecnologie sofisticate, apparati digitali e innovazioni informatiche per solcare le onde. Ad essi bastava un semplice sistema di legni ad incastro per circumnavigare l’Africa e il buonsenso necessario ad affrontare le avversità del mare durante il giorno e la notte. Ma tracce di arguto ingegno dell’uomo che oggi Diogene non scorgerebbe neppure con l’ausilio di un faro si ravvisano anche nell’Italia del passato che fu e precisamente in Toscana. Basti pensare che per quasi 1200 anni il Ducato di Lucca ha accresciuto la propria ricchezza battendo monete proprie autonomamente. La zecca di Lucca, difatti, è la più antica d’Europa avendo coniato monete proprie dal 650 al 1843. E’ anche ad esse che si deve il prestigio economico e finanziario che mercanti, banchieri e commercianti lucchesi conseguirono in tutta la penisola e nel mondo senza il supporto di fallimentari unioni monetarie e doganali. Ma forse, l’apice dello splendore in ordine a cultura, civiltà, politica ed ingegno andrebbe tributato al sovrano del Sacro Romano Impero che, non a caso, induce stupore nei secoli: Federico ll di Svevia. Sono noti a tutti i primati giuridici raggiunti dal poliedrico e colto imperatore per quanto concerne le disposizioni sulle responsabilità civili e processuali dei giudici, sul principio inquisitorio e sul rigore etico scientifico di medici e chirurghi. Meno note e più scomode da menzionare risultano essere, invece, le crociate che il Re d’Italia e dei Romani condusse per contrastare l’ignoranza, i privilegi di casta e i favori del clero: autentiche e vergognose ignominie che hanno definitivamente soppresso l’umana dignità in nome del presunto progresso e della illusoria democrazia. Forse Diogene è destinata a vagare ancora per molto: il tronfio e sleale individualismo di quel che resta dell’uomo è la sua vera essenza e al tempo stesso la sua crudele condanna.

Europei 2016, non solo calcio: trend e cifre dell’edizione più ricca della storia

Non solo un evento sportivo che riunisce davanti alla tv amici, famiglie, colleghi di lavoro e tifosi occasionali, ma anche una manifestazione sportiva attorno alla quale ruotano miliardi di euro tra montepremi, investimenti, guadagni e costi.
L’edizione 2016 del Campionato Europeo di Calcio 2016, in particolare, è l’edizione più ricca della storia e, per festeggiarla degnamente, la banca digitale del Gruppo BNP Paribas Hello bank! ha indetto un concorso che regala un iPhone 5s ai fortunati tifosi che indovineranno la squadra vincitrice del torneo. Per partecipare, basta inviare la richiesta di apertura del conto inserendo il Codice Promo, sottoscrivere una carta di Credito Hello! Card o Hello DUO entro il 20 Giugno 2016. Si otterrà subito un buono da 100 euro da spendere su Amazon.it e la possibilità di vincere un iPhone 5s nel caso in cui si indovini la squadra che porterà a casa la coppa messa in palio. Tutte le informazioni sono disponibili a questo link.

Analizzando nel dettaglio l’ammontare del montepremi, i posti di lavoro creati, gli investimenti fatti, gli introiti previsti e i costi medi che un tifoso potrebbe sostenere per seguire l’Italia fino alla Finale, si potrebbe affermare quasi senza esitazione che il calcio europeo non risenta affatto della crisi finanziaria: al contrario, la sua crescita è costante nel tempo ed è destinata a continuare.
Tanto per cominciare, il montepremi è salito a 301 milioni di euro, una cifra superiore del 50% rispetto ai 196 milioni della precedente edizione; per quanto riguarda l’ammontare del premio riservato alla prima classificata, la squadra vincitrice degli Europei 2016 si aggiudicherà una somma del valore di 27 milioni di euro, +15% rispetto alla Spagna nel 2012.
Nel caso in cui un tifoso italiano volesse seguire gli Azzurri nella corsa verso la coppa, la spesa media per raggiungere Sain-Dénis – città che ospiterà il match conclusivo del torneo – sarebbe pari a 387 euro in aereo (prezzi rilevato il 13 Maggio 2016). Poco meno di 700 euro se invece scegliesse l’auto, costi di carburante e pedaggi autostradali compresi.

Rispetto alla passata edizione, la Uefa ha beneficiato di un aumento del 21% dei ricavi grazie alla novità rappresentata dalla vendita centralizzata dei diritti televisivi per le partite di qualificazione. E le buone notizie non mancano neppure per l’occupazione transalpina: Euro 2016, infatti, ha creato circa 114mila posti di lavoro, di cui 20mila durante le fasi di intervento sugli impianti e 94mila con l’organizzazione del torneo, per un totale di 1,266 miliardi di euro che gioveranno all’economia francese.

L’afflusso complessivo negli stadi dove si disputeranno i match è quantificato in 2,5 milioni di persone, le quali si stima investiranno più di 840 milioni di euro allo stadio e 352 milioni nelle fan-zone, le aree dotate di maxischermi per vedere le partite al di fuori dagli stadi.

Dati e trend dell’e-health nell’infografica di DocPlanner.it

L’hi-tech abbraccia anche il settore della salute e semplifica la vita a milioni di italiani che scelgono l’online come canale privilegiato per il reperimento di informazioni sulla salute.

A rivelarlo è l’infografica Tecnologia e Salute: Dati e Trend realizzata da DocPlanner.it, il portale specializzato nella ricerca di profili di medici e nella prenotazione online di visite.

Chi è l’italiano medio che cerca online consigli per curare una patologia di lieve entità o restare in forma? Quali sono le app a tema salute più diffuse nel nostro Paese?

A queste domande risponde l’infografica di DocPlanner, partendo dall’analisi della crescita del settore e-health: mentre nel 2010 contava 96 miliardi di dollari, oggi il settore vanta un giro d’affari di 160 miliardi e, se la situazione italiana riflette quella del resto del mondo, la cifra è sicuramente destinata a crescere.

Oggi, infatti, ben l’85% degli italiani ha utilizzato almeno una volta Internet per ricercare informazioni sulla salute: piccoli disturbi, stili di vita da adottare, possibili cure, medici di riferimento, ospedali, farmaci e integratori alimentari sono nella maggior parte dei casi oggetto delle interrogazioni degli utenti al motore di ricerca.

Parte di queste ricerche è oggi facilitata anche dalle app, comodamente fruibili da smartphone e tablet: fra le più diffuse, DocPlanner, Period Calendar e Runtastic.


Infografica a cura di docplanner.it

“Studium”, la nuova veste di Cepu dopo il fallimento non convince

Nonostante le penose smentite corredate da incresciose minacce di querela messe in scena da dirigenti Cepu, sghembi vassalli ed  esangui lacchè qualche tempo fa, la dichiarazione di fallimento del noto istituto emessa dal Tribunale di Roma il 17 febbraio scorso è un dato di fatto inconfutabile. Lo sanno bene i suoi creditori, i suoi ex dipendenti obbligati ad ingoiare le asperità degli ultradecennali contratti a progetto per esigenze di sopravvivenza, i consulenti e i rispettivi legali di tutta Italia che si confessano per la prima volta sui forum dedicati alla cultura e alla formazione universitaria per uscire allo scoperto senza remore. Questi sono i numeri forniti (fonte: lultimaribattuta.it): oltre 38 milioni di debiti maturati nei confronti di enti previdenziali, più di 34 milioni di debiti tributari e diverse decine di milioni di euro per un totale di oltre 112 milioni. Roba da far accapponare la pelle. Molti furenti creditori del noto istituto di preparazione universitaria, opportunamente assistiti dai propri avvocati, si spingono oltre ed invocano a gran voce il rigore penale radicato in altri paesi ove la certezza del diritto è avulsa da patteggiamenti e contrattazioni. A prescindere dalle succitate posizioni Il parere di chi scrive è che la giurisprudenza tende progressivamente a scendere a patti con l’imprenditoria per giustificarne in qualche modo asimmetrie e scelte degenerate, blandendo in buona sostanza il nerbo della legalità.  Se al diritto basta un fallimento definito dai più “pilotato ex ante” per compromettere la dignità dei creditori, per molti non basta certo un travestimento di nomenclatura per eliminare con un colpo di spugna lo sfuggente modus operandi che caratterizza il Cepu da anni. Oggi Cepu cambia la sua pelle come i serpenti per diventare “Studium”, una parola affonda la sua rima nel temine “Debitum”. Senza scomodare quanti segnalano che la suddetta operazione di facciata sia un escamotage che, di fatto, trasla alla prole del numero uno di Cepu la passata gestione, sui blog dedicati alla discussione dell’argomento in oggetto si respira aria di sfiducia e sconforto. Basta un’operazione di sbrigativa chirurgia estetica per recuperare la fiducia dei propri interlocutori e dei creditori che la giurisprudenza lascerà a bocca asciutta? Questo è il quesito che si pongono in molti tra perplessità e disappunto. Il parere di chi scrive è che il serpente cambia pelle quando la sua epidermide diventa rigida ed incapace di rigenerarsi nel tempo. Del resto, chi conosce a fondo la tecnica industriale e commerciale sa bene che il packaging, ossia il maquillage dell’involucro di un prodotto spesso fallimentare non basta certo ad arrestare il suo preminente declino.

Cepu, c’è il fallimento: ufficiale come la beffa ai creditori

Che la strategia di Cepu fosse fallimentare era già noto ai più arguti da tempo immemore. Sono stati puntualizzati più volte tutti i punti di debolezza di una gestione votata allo sperpero, alla disaffezione umana e al disconoscimento dei rapporti professionali del noto istituto di formazione, recentemente accostatosi all’università telematica E-Campus. Adesso c’è una comunicazione ufficiale ai suoi innumerevoli creditori: il 17 febbraio scorso è stata depositata presso la Cancelleria del tribunale di Roma la dichiarazione di fallimento con annessa nomina del curatore fallimentare. Per molti si tratta dell’epilogo tragico di una caduta verticale di credibilità che appone ipoteche grandi quanto macigni sui crediti cospicui di centinaia di docenti defraudati ingiustamente dei loro legittimi compensi. Ma la sorte al danno aggiunge spesso la beffa dello scherno. I docenti creditori di Cepu, difatti, sono stati recentemente raggiunti da lettere raccomandate recanti l’opportunità di insinuare il proprio credito nelle passività dello stato patrimoniale del bilancio della nota azienda, senza per questo nutrire speranze di soddisfazione concreta, previo espletamento di numerose ed onerose incombenze burocratiche a proprio carico. C’è veramente poco da aggiungere a questo macabro scenario avallato dalle falle e dalle sacche di impunità create dal diritto. Per fortuna degli studenti, i tutores che vantano significative esperienze di docenza universitaria e di assistenza didattica ultradecennale nel noto istituto di preparazione universitaria sono a completa disposizione dei discenti, garantendo loro servizi professionali che non conoscono fallimenti di sorta.  Dei falliti la cultura può fare volentieri a meno.

AO e ASL campane: masse di crediti da riscuotere da anni, burocrazia ed omissioni

Stato ed enti pubblici rivelano da decenni tratti e forme tipiche di un  gigantesco colabrodo attraverso il quale vengono puntualmente dissipate e disperse nel nulla risorse di ogni specie. La sanità è sicuramente una di esse dal lontano 1948, allorquando essa abdicò al ruolo di presidio assicurativo e solidaristico durante l’evoluzione dello Stato Sociale affermato dal fascismo, in favore di un caliginoso e sfuggente concetto di “bene pubblico”, tutt’ora impalpabile. Il decreto regionale del sub commissario ad acta n.52 del 2010 per il rientro del debito sanitario stabiliva che tutti i crediti vantati dalle aziende ospedaliere in ordine alle prestazioni di soccorso offerte in “codice bianco” dagli ospedali dovevano essere recuperati, in caso di inadempienza dell’utenza. La norma attiene alle prestazioni di pronto soccorso meno urgenti, numericamente cospicue e consistenti, per le quali occorre corrispondere quei fatidici 50 euro che molti cittadini “distratti”, stranieri, immigrati, clandestini, extracomunitari e rom omettono puntualmente di versare. Stando ad indiscrezioni provenienti da addetti ai lavori, in oltre 5 anni dall’emanazione del decreto suddetto, le leadership delle aziende ospedaliere campane non sembrano essersi attivate con particolare solerzia e manifesti risultati in funzione del succitato onere di rivalorizzazione creditizia sancito dalla norma predetta. Non pare rappresentare un’eccezione neppure la governance dell’azienda ospedaliera casertana che, a quanto risulta, lo scorso 2015 ha ufficialmente affidato il recupero dei crediti maturati in ordine alle prestazioni sanitarie in “codice bianco” non saldate dagli utenti ad Equitalia, appendice abrasiva dell’insidiosa Agenzia delle Entrate”. Sorvolando sul merito dei procedimenti amministrativi e sui trascorsi non sempre chiari delle ultime istituzioni summenzionate confermati recentemente anche dalla Corte Costituzionale, è lecito chiedersi a questo punto se gli avvisi  di pagamento relativi alle prestazioni sanitarie fruite indebitamente da cittadini e avventori, eventualmente gravati da balzelli e gabelle accessorie, siano effettivamente andati a buon fine. E’ un diritto-dovere dei cittadini, del resto, conoscere le sorti della gestione del denaro pubblico partecipando attivamente alle spese dello Stato, secondo quanto stabilito dall’articolo 53 della Costituzione. Alcuni medici delle aziende ospedaliere casertane e napoletane riferiscono che i blandi processi di recupero forzoso dei crediti procedono a rilento e le reiterate interruzioni non fanno altro che ridimensionarne le aspettative di successo sino a produrre legittimi dubbi sull’intero modus operandi.  A prescindere dai fatti esposti, dall’inattività prolungata e dall’inerzia amministrativa potrebbero derivare, danni, dissidi, pregiudizi alla qualità reale e percepita dei servizi, violazioni e insanabili contraddizioni legate alla ratio delle stesse procedure di riappropriazione delle risorse pubbliche. E’ una questione degna di nota se si tiene conto che Il tempo logora l’esigibilità dei crediti affievolendo inesorabilmente prospettive e certezze legate alla solvibilità. Le lungaggini burocratiche e l’inoperosità amministrativa, più in generale, possono pregiudicare definitivamente l’esito della riscossione , implementandone complessità, costi diretti ed indiretti, sino a trasformali in “sunk costs”, ovvero costi irrecuperabili. Anche gli accertamenti tributari, ben oltre le fiabesche acrobazie del fisco delirate dai media in ordine alle somme recuperate dalla famigerata lotta all’evasione, diventano spesso  talmente antieconomiche ed inopportune da vanificare, in toto o in buona parte, sforzi e pretese erariali. Stando alle rivelazioni di maestranze, gli scarni tentativi eseguiti sinora nelle aziende ospedaliere delle province di Napoli e Caserta per il recupero dei crediti relativi alle prestazioni sanitarie in “codice bianco”, rischiano di allinearsi ad altri mastodontici e disdicevoli sprechi che ammantano la sanità “pubblica”, tanto decantata dai manuali di legislazione sanitaria. Alla base delle suddette asimmetrie potrebbero brulicare le “disattenzioni” di decine di impiegati preposti a al controllo che, in alcuni casi non sporadici, potrebbero configurarsi come vere e proprie omissioni. Basti pensare alle presenze non monitorate dei cartellini dei dipendenti i cui debiti orari non vengono affatto contestati o alle malattie rilevate che non vengono opportunamente indagate. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2010 ad oggi e sono maturi i tempi per conoscere l’esito del dettame normativo regionale in ordine alla correttezza di procedure di rientro di preziose risorse economiche e finanziarie che appartengono alla collettività piuttosto che alla speciosa discrezione di ondivaghe elite, la cui credibilità è ancora opinabile.